
Ho ancora molte resistenze nei confronti del cinema di Quentin Tarantino.
Non amo alcune dichiarazioni di Tarantino riguardo agli spettatori. All’uscita dei suoi primi film il regista ha spesso spiegato di aver voluto scuotere il pubblico attraverso il genere pulp, di averlo voluto costringere a uscire dalla propria apatia, di averlo voluto scioccare per farlo reagire e partecipare alla narrazione. L’uso della violenza iperbolica finalizzato a sbatacchiare i poveri fruitori paganti, che altrimenti rischierebbero di ristagnare in uno stato emotivo anestetizzato, è una visione che non riesco proprio a condividere.
Non amo poi Tarantino per l’impatto dirompente, direi persino prepotente, con cui si è imposto nel panorama cinematografico internazionale con un linguaggio filmico fortemente segnato dal pulp, allora poco familiare a larga parte del pubblico italiano e di altri Paesi europei. Il pulp nasce negli Stati Uniti all’inizio del Novecento sulle riviste economiche chiamate pulp magazines, in cui venivano pubblicati racconti caratterizzati da violenza e sensazionalismo.
Sono convinta che, senza una masticazione, una digestione, una conoscenza del genere pulp, la possibilità di non comprenderlo e di fraintenderlo sia davvero alta.
In uno spettatore abituato a leggere attraverso il codice di altri generi — realismo, crime, poliziesco, per citarne alcuni — il rischio è che venga interpretato come pura violenza cinica e volgare, niente più.
Ci sono voluti anni perché il genere venisse recepito nella sua complessità. In particolare, i film di Tarantino hanno portato ad associare il termine al suo stile, fondato su una sanguinolenta violenza, dialoghi improntati a un’ironia dallo sfondo esistenziale, frammentazione del racconto filmico in capitoli ed esaltazione della cultura pop.
Uno stile che, paradossalmente, deve molto anche al cinema italiano: dai film di genere di Fernando Di Leo e Mario Bava agli spaghetti western di Sergio Leone e Sergio Corbucci, le cui opere hanno contribuito ad arricchire lo stile del cineasta, caratterizzato da un citazionismo cinefilo sempre presente.
La poetica registica di Tarantino sembra inoltre trarre molta linfa dal mondo dei fumetti, al punto che a volte ho l’impressione che sviluppi i suoi film come fossero sequenze visive di un comic. Le inquadrature, la narrazione episodica e non lineare, i personaggi fortemente caratterizzati e i dialoghi apparentemente quotidiani e divaganti contribuiscono a questa impressione. In quest’ottica anche l’uso smisurato della violenza, così tipico del suo cinema, dovrebbe perdere parte della propria efferatezza, diventare iperbolico, bidimensionale, quasi astratto. Ma Tarantino è un regista profondamente cinematografico e, una volta trasferita sullo schermo, quella stessa violenza riacquista corpo, forza e spietatezza.
All’uscita di Pulp Fiction non tutti erano abituati a leggere e decifrare lo stile filmico utilizzato dal regista statunitense e, ancora negli anni 2003 e 2004, la critica si divise alla visione di quelli che sono stati in seguito spesso considerati capolavori: Kill Bill: Volume 1 e Kill Bill: Volume 2.
Dallo scossone iniziale prodotto all’interno del panorama culturale e cinematografico italiano, a distanza di qualche decennio il genere pulp si è definitivamente imposto e fatto conoscere per l’iperbole, l’esagerazione, una violenza volutamente grottesca e caricaturale, densa di umorismo nero e citazionismo. Oggi quel linguaggio è molto più riconoscibile e il rischio di fraintendimento si è inevitabilmente ridotto.
Tuttavia, a me appare comunque indigesto, tranne rare eccezioni: Bastardi senza gloria è senz’altro una di queste.