
L’ufficiale e la spia non è un film ideologico. È un’opera che, con rigore civile, denuncia l’antisemitismo di Stato, le storture della giustizia e la corruzione che può annidarsi negli organi di potere. Questo è quello che ho pensato quando ho visto il film per la prima volta. Ma a questa lettura è necessario affiancare alcune considerazioni, dichiarazioni e accuse pesanti.
Il tema dell’antisemitismo è profondamente legato alla storia personale di Roman Polanski. Nato a Parigi nel 1933 da una famiglia di origini ebraiche, trascorse l’infanzia in Polonia e conobbe direttamente la persecuzione nazista. Confinato nel ghetto di Cracovia, riuscì a fuggire all’età di nove anni, e a sopravvivere alla guerra grazie anche all’aiuto di alcune famiglie che lo nascosero. Sua madre morì ad Auschwitz, mentre il padre sopravvisse alla deportazione nel campo di Mauthausen.
La vita del regista, segnata da grandi successi cinematografici, ha conosciuto anche tragedie personali. Nel 1969 sua moglie, l’attrice Sharon Tate, incinta di otto mesi, venne brutalmente assassinata insieme ad altre quattro persone da membri della setta guidata da Charles Manson.
Nel 1977 Polanski fu incriminato negli Stati Uniti con diverse accuse, fra cui lo stupro di una tredicenne. Nell’ambito di un accordo giudiziario si dichiarò colpevole del reato di rapporti sessuali illeciti con una minorenne. Nel 1978, prima della sentenza definitiva, lasciò gli Stati Uniti e si trasferì in Europa, dove è rimasto. Il procedimento ha continuato a suscitare controversie, anche per le contestazioni avanzate dalla difesa sulla condotta del giudice.
Negli anni successivi altre donne hanno accusato Polanski di violenze sessuali, accuse che il regista ha respinto. Nel novembre 2019, a ridosso dell’uscita francese di L’ufficiale e la spia, la fotografa Valentine Monnier dichiarò di essere stata aggredita e violentata da Polanski nel 1975, quando aveva diciotto anni. Anche in questo caso il regista negò le accuse.
Le polemiche si erano già accese alla Mostra del cinema di Venezia del 2019, dove L’ufficiale e la spia era stato presentato in concorso. Lucrecia Martel, presidente della giuria, pur ritenendo giusta la presenza del film al festival, dichiarò che non avrebbe partecipato alla proiezione di gala, per non trovarsi nella posizione di applaudire Polanski. La stessa giuria assegnò poi al film il Leone d’argento – Gran premio della giuria.
A rendere ancora più acceso il dibattito contribuirono le dichiarazioni del regista. In un’intervista rilasciata allo scrittore Pascal Bruckner per il materiale stampa del film, Polanski dichiarò di riconoscere alcuni meccanismi di persecuzione rappresentati nella vicenda di Dreyfus, che riteneva di aver sperimentato personalmente. Un accostamento controverso: Dreyfus fu vittima di un errore giudiziario riconosciuto, mentre Polanski si dichiarò colpevole nel procedimento statunitense del 1977. Due vicende che non possono essere sovrapposte.
Nel febbraio 2020, quando Polanski vinse il César per la migliore regia, le contestazioni si moltiplicarono. La premiazione provocò proteste all’esterno della cerimonia e l’abbandono della sala da parte di alcune attrici e altre personalità del cinema francese.
Le polemiche, alimentate anche dal dibattito sulle violenze sessuali e dal movimento #MeToo, finirono così per trasformare un film storico, costruito con grande rigore cinematografico, in un caso contemporaneo dai forti risvolti giudiziari e sociali.
Sono da sempre convinta che le opere artistiche siano autonome e abbiano vita propria, andando oltre i riferimenti biografici dell’autore. In concreto, però, a volte è estremamente difficile prescindere dalla storia personale dell’artista, soprattutto quando entra prepotentemente nella discussione pubblica.
Rimane il valore dell’opera, che non può essere cancellato né garantito dalle vicende personali di chi l’ha realizzata.