Roman Polanski riporta sul grande schermo l’affare Dreyfus, uno dei più clamorosi casi giudiziari e politici della Francia di fine Ottocento.
Roman Polanski · 2019
IL MIO VOTO
★★★☆☆ 3,4/5

Storico / drammatico / thriller · Francia, Italia · 2019 · 126 min · Jean Dujardin, Louis Garrel, Emmanuelle Seigner, Grégory Gadebois, Mathieu Amalric, Melvil Poupaud
PERCHÉ VEDERE IL FILM
Per la capacità di Polanski di trasformare una vicenda storica in un’indagine avvincente, mettendo a confronto l’integrità morale dei singoli individui con i pregiudizi, i condizionamenti sociali e i meccanismi di autoprotezione del potere.
SINOSSI
Francia, fine Ottocento. La condanna per tradimento del capitano Alfred Dreyfus sembra aver chiuso un caso che ha scosso l’esercito francese. Ma quando Georges Picquart assume la guida del controspionaggio militare, nuovi indizi mettono in discussione la versione ufficiale. Le sue scoperte aprono uno scontro con i superiori, decisi a impedire che la vicenda torni alla luce.

IL MIO SGUARDO
Il 13 gennaio 1898 Émile Zola pubblicò sul giornale L’Aurore il celebre J’accuse…!, una lettera aperta al presidente della Repubblica francese Félix Faure. Lo scrittore denunciava le irregolarità del processo militare che nel 1894 aveva portato alla condanna per alto tradimento di Alfred Dreyfus, ufficiale ebreo dell’esercito francese, ingiustamente accusato di spionaggio. L’intervento di Zola contribuì a trasformare il caso in uno scandalo politico e giudiziario che divise profondamente la Francia.
E’ questa la vicenda che Roman Polanski ricostruisce con minuziosa attenzione storica affidandosi all’aiuto dello scrittore Robert Harris, autore dell’omonimo romanzo uscito nel 2013 per la stesura della sceneggiatura.
Il punto di vista adottato è quello di Georges Picquart, l’ufficiale che assunto il comando del controspionaggio militare, scopre elementi che indicano in Ferdinand Walsin Esterhazy il vero responsabile dello spionaggio attribuito a Dreyfus. Decide di proseguire le indagini, scontrandosi con i vertici dell’esercito, più preoccupati di proteggere l’istituzione e i suoi rappresentanti che di ristabilire la verità.
Polanski sottolinea l’antisemitismo che condizionò l’affare Dreyfus fin dall’inizio. Rimane invece in secondo piano il ruolo della stampa, determinante nel trasformare un caso giudiziario in una questione politica e civile.
Lo spettatore è chiamato a partecipare attivamente alla vicenda, a identificarsi con lo sguardo di Picquart che, procedendo nelle investigazioni scopre gli intrighi e le falsificazioni messi in atto per incastrare Dreyfus. Un gioco cinematografico che nelle mani di Polanski funziona e trasforma la ricostruzione storica in un racconto avvincente.
Lo stile di Polanski emerge nella scelta delle inquadrature, nella minuziosa ricostruzione degli ambienti, nell’attenzione ai dettagli e nel forte messaggio lanciato dal film. Il suo cinema rigoroso è capace di restituire le atmosfere di un mondo militare chiuso, dominato dalle gerarchie e ossessionato dalla difesa della propria autorità.
Le vicende giudiziarie di Roman Polanski, dal caso di violenza sessuale su una minorenne negli Stati Uniti alle successive accuse di abusi, hanno inevitabilmente accompagnato l’uscita del film, influenzando il dibattito e alimentando polemiche che sono andate ben oltre il cinema. Lo stesso regista, nelle dichiarazioni rilasciate in occasione della presentazione a Venezia, ha riconosciuto nella persecuzione di Dreyfus meccanismi che ritiene di aver subito personalmente.
Un intreccio fra cinema, giustizia e responsabilità personale che merita una riflessione a parte, nell’Appunto L’Affare Polanski.
IL REGISTA E I PROTAGONISTI
Roman Polanski, regista di Chinatown (1974), Il pianista (2002) e L’uomo nell’ombra (2010), torna a confrontarsi con la storia e con i meccanismi del potere. Per interpretare Georges Picquart sceglie Jean Dujardin, noto al grande pubblico per The Artist, che dà al personaggio un’autorevolezza trattenuta, lontana dall’eroismo convenzionale.
Louis Garrel interpreta Alfred Dreyfus, mentre Emmanuelle Seigner veste i panni di Pauline Monnier, amante di Picquart. Completano il cast Grégory Gadebois, Mathieu Amalric e Melvil Poupaud.
Il film è stato premiato con il Gran premio della giuria alla Mostra del cinema di Venezia del 2019.
QUEL CHE RESTA
Resta il dubbio sull’indipendenza e sulla capacità di indagine degli organi preposti, ma anche sul giudizio di chi dovrebbe garantire la giustizia. E resta una riflessione, fin troppo contemporanea, sulla tendenza dei centri di potere a proteggere se stessi, in una logica di rigida autotutela, anche a costo di sacrificare la verità.