
APPUNTO
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Nel 2006 l’attivista statunitense Tarana Burke utilizzò l’espressione Me Too, “anch’io”, per incoraggiare soprattutto giovani donne vittime di violenza a raccontare la propria esperienza. Nel 2017, con l’esplosione del caso che coinvolse il produttore cinematografico Harvey Weinstein, quelle parole divennero un movimento globale: testimonianze e denunce pubbliche portarono al centro del dibattito la diffusione degli abusi sessuali e contribuirono a cambiare sensibilità, comportamenti e, in diversi Paesi, anche norme e strumenti di tutela.
Quel clima culturale ha inevitabilmente lasciato tracce anche nel cinema. Una donna promettente di Emerald Fennell appartiene pienamente a questa stagione post-#MeToo.
Il film porta all’estremo il trauma provocato dalla violenza: non soltanto in chi la subisce, ma anche in chi ne viene a conoscenza e decide di non accettare che tutto venga dimenticato.
Spesso minimizzati, dimenticati o persino perdonati, gli abusi sessuali vengono liquidati come peccatucci, ragazzate, scherzi innocui, goliardia di una serata. Per chi li subisce, invece, possono lasciare ferite profonde; e per chi resta accanto alla vittima possono trasformarsi in dolore, impotenza e, nel caso della protagonista, in un desiderio ossessivo di vendetta.
Il rapporto fra l’uso del fascino femminile, che può anche essere malizioso e provocatorio, e l’uso del potere maschile, dominante e prevaricatore, è profondamente impari. Ed è proprio su questo squilibrio che il film costruisce gran parte della propria tensione.
Affrontando il problema, Una donna promettente non indica una vera via d’uscita. Porta piuttosto la vendetta fino alle sue conseguenze estreme, mostrando quanto sia impervio trovare giustizia quando intorno ai fatti di violenza sono stati costruiti silenzi, complicità e rimozioni.