Un capolavoro del conte Luchino Visconti di Modrone, sul declino di un mondo aristocratico che resiste al cambiamento e che il regista conosceva anche per appartenenza, storia e memoria familiare.
Luchino Visconti · 1963
IL MIO VOTO
★★★★☆ 4,4/5

Drammatico, storico · Italia, Francia · 1963 · 185 min · Burt Lancaster, Claudia Cardinale, Alain Delon
PERCHÉ VEDERE IL FILM
Opera superba e pietra miliare della storia del cinema, Il Gattopardo mostra Luchino Visconti al massimo della sua arte. Letteratura, pittura e musica si fondono con un cast d’eccezione, dando vita a un film che sviluppa appieno le possibilità del mezzo cinematografico e che, in casi rari come questo, riesce a trasformarsi in un’opera d’arte totale. Da vedere assolutamente.
SINOSSI
Attraverso le vicende della nobile famiglia di Don Fabrizio, principe di Salina, il film racconta la decadenza dell’aristocrazia siciliana durante il Risorgimento. Con l’unificazione d’Italia, la nobiltà siciliana vede profilarsi il proprio declino ed è costretta ad accettare il passaggio dai Borboni ai Savoia, mentre la società assiste all’ascesa della nuova classe borghese.
IL MIO SGUARDO
Visconti parte dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, pubblicato nel 1958 dopo la morte dell’autore, e affida a Burt Lancaster il ruolo di Don Fabrizio Corbera, principe di Salina, figura ispirata alla storia familiare dello scrittore. Una scelta che, almeno sulla carta, poteva apparire discutibile: un attore americano chiamato a interpretare un grande aristocratico siciliano. Eppure funziona. Lancaster ha la fisicità, la mascella, il portamento e il talento necessari per esprimere insieme il potere di un uomo abituato al comando e la malinconia per il suo imminente tramonto.
Ambientato in Sicilia durante il Risorgimento, tra il 1860 e il 1862, dopo lo sbarco dei Mille, il film ha il grande pregio di ricostruire non soltanto gli avvenimenti storici, ma soprattutto i cambiamenti sociali e politici che stanno trasformando l’Italia. La fine del potere borbonico e il declino della raffinata aristocrazia siciliana coincidono con l’ascesa di una borghesia arricchita e ambiziosa.
È in questo passaggio che si inserisce la relazione fra Tancredi, nipote del principe di Salina, e Angelica, figlia di Don Calogero Sedara. Il loro matrimonio diventa anche il simbolo dell’incontro fra due classi sociali: l’aristocrazia che perde progressivamente il proprio potere e una borghesia che, grazie alla ricchezza, è pronta a prenderne il posto. Vecchio e nuovo si incontrano, ma ognuno tende a rinchiudersi nel proprio egoismo, nella propria classe e nella propria visione della società.
È Tancredi, del resto, a pronunciare la frase diventata emblematica del film e del romanzo: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Dietro l’apparente paradosso c’è forse una delle chiavi più lucide dell’intera opera: accettare il cambiamento perché, nella sostanza, i rapporti di potere possano sopravvivere.
Straordinaria la sequenza della battaglia di Palermo, nella quale Visconti traduce cinematograficamente suggestioni della pittura ottocentesca, in particolare di Giovanni Fattori e dei Macchiaioli. La composizione delle immagini, i colori e il movimento trasformano la ricostruzione storica in pittura viva.
La Palma d’oro ottenuta a Cannes nel 1963, assegnata all’unanimità, consacrò un film che ancora oggi resta una pietra miliare della storia del cinema italiano.

UNA SCENA DA RICORDARE
Sicuramente la celeberrima scena del valzer con protagonisti Burt Lancaster e Claudia Cardinale, girata a Palazzo Valguarnera Gangi, a Palermo. Ricorderei anche gli inseguimenti amorosi di Tancredi e Angelica nelle stanze del palazzo di Donnafugata, girati in parte in Sicilia, per gli esterni, e in parte a Palazzo Chigi di Ariccia, per gli interni. È una mia suggestione, ma quelle corse attraverso ambienti vuoti e labirintici mi hanno fatto pensare a Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci.

IL REGISTA E I PROTAGONISTI
Luchino Visconti di Modrone conosceva bene il mondo aristocratico che mette in scena ne Il Gattopardo: vi apparteneva per nascita, educazione e storia familiare. Il padre Giuseppe, duca di Grazzano, aveva restaurato il castello di famiglia nel Piacentino e trasformato il borgo circostante secondo un gusto neomedievale; Grazzano fu una delle residenze frequentate dalla famiglia Visconti. Quel rapporto vissuto con dimore, rituali e cultura aristocratica aiuta, forse, a comprendere la naturalezza con cui il regista restituisce un mondo che conosce dall’interno, senza rinunciare a osservarne privilegi, immobilismo e decadenza.
Accanto a Burt Lancaster, Alain Delon e Claudia Cardinale incarnano perfettamente il mondo nuovo che avanza. Tancredi ha il fascino, l’intelligenza e l’opportunismo di chi sa adattarsi al cambiamento senza rinunciare ai propri interessi; Angelica porta invece nel chiuso universo aristocratico dei Salina la forza della giovinezza, della bellezza e di una vitalità istintiva, quasi inconsapevole, che finisce per imporsi con naturalezza. Delon e Cardinale non sono soltanto due presenze di straordinario fascino cinematografico: attraverso i loro personaggi Visconti rende visibile il passaggio da un mondo all’altro.
Grandissimo anche Paolo Stoppa nel ruolo di Don Calogero Sedara. Il suo personaggio rappresenta in modo quasi emblematico la nuova borghesia che avanza: concreta, ambiziosa, priva delle raffinatezze dell’aristocrazia ma ormai forte del denaro e del nuovo potere sociale. Stoppa gli dà una vitalità terrena, una sicurezza quasi sfrontata e una comicità mai caricaturale, rendendolo uno dei personaggi più memorabili del film.

QUEL CHE RESTA
La consapevolezza di aver visto un capolavoro cinematografico in cui un grande autore ha saputo raccontare anche la difficoltà psicologica di adattarsi ai cambiamenti politici e sociali. E, insieme, la conferma che il cinema può essere non soltanto arte e spettacolo, ma anche memoria, conoscenza e strumento per comprendere la Storia.